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La Corte di Giustizia sulla mediazione delle liti con i consumatori

Si propone in lettura il Comunicato Stampa n. 62/17 e la Sentenza integrale della Corte di giustizia dell’Unione europea del 14 giugno 2017 pronunciata nella causa C-75/16.

La controversia era sorta in merito alla richiesta di restituzione (ingiunzione di pagamento) da parte di un istituto bancario di una certa somma di denaro nei confronti di due signori.

Il giudice di rinvio, come riportato nella sentenza, il Tribunale Ordinario di Verona, ha deciso di sospendere il procedimento e di sottoporre alla Corte le seguenti questioni pregiudiziali:

«1) Se 1’articolo 3, paragrafo 2, della direttiva 2013/11, nella parte in cui prevede che la medesima direttiva si applichi “fatta salva la direttiva 2008/52”, vada inteso nel senso che fa salva la possibilità per i singoli Stati membri di prevedere la mediazione obbligatoria per le sole ipotesi che non ricadono nell’ambito di applicazione della direttiva 2013/11, vale a dire le ipotesi di cui all’articolo 2, paragrafo 2 della direttiva 2013/11, le controversie contrattuali derivanti da contratti diversi da quelli di vendita o di servizi oltre quelle che non riguardino consumatori.

2) Se l’articolo 1 (…) della direttiva 2013/11, nella parte in cui assicura ai consumatori la possibilità di presentare reclamo nei confronti dei professionisti dinanzi ad appositi organismi di risoluzione alternativa delle controversie, vada interpretato nel senso che tale norma osta ad una norma nazionale che prevede il ricorso alla mediazione, in una delle controversie di cui all’articolo 2, paragrafo 1 della direttiva 2013/11, quale condizione di procedibilità della domanda giudiziale della parte qualificabile come consumatore, e, in ogni caso, ad una norma nazionale che preveda l’assistenza difensiva obbligatoria, ed i relativi costi, per il consumatore che partecipi alla mediazione relativa ad una delle predette controversie, nonché la possibilità di non partecipare alla mediazione se non in presenza di un giustificato motivo».

Su queste tre questioni pregiudiziali, la Corte ha fornito una interpretazione che così si sintetizza:

– «la direttiva 2013/11 dev’essere interpretata nel senso che essa non osta a una normativa nazionale, come quella di cui al procedimento principale, che prevede il ricorso a una procedura di mediazione, nelle controversie indicate all’articolo 2, paragrafo 1, di tale direttiva, come condizione di procedibilità della domanda giudiziale relativa a queste medesime controversie, purché un requisito siffatto non impedisca alle parti di esercitare il loro diritto di accesso al sistema giudiziario»;

– «la medesima direttiva dev’essere invece interpretata nel senso che essa osta a una normativa nazionale, come quella di cui al procedimento principale, la quale prevede che, nell’ambito di una mediazione siffatta, i consumatori debbano essere assistiti da un avvocato».

– e che gli stessi «possano ritirarsi da una procedura di mediazione solo se dimostrano l’esistenza di un giustificato motivo a sostegno di tale decisione».

Per una lettura del Comunicato stampa n. 62/17 clicca qui.

Per una lettura della sentenza integrale della Corte di Giustizia del 14 giugno 2017, clicca qui.

Professione e futuro – Capturing technological innovation in legal services 2017

Professione legale e futuro – Capturing technological innovation in legal services 2017 – Avv. Alberto Mascia

La Law Society of England and Wales ha pubblicato uno studio di 116 pagine intitolato ‘Capturing technological innovation in legal services‘, nel quale vengono posti in correlazione il settore legale in Inghilterra e le nuove tecnologie – l’automazione avanzata, l’apprendimento automatico (machine learning) e l’intelligenza artificiale (AI) -, per arricchire e potenziare le capacità di avvocati e studi legali attraverso servizi, strategie e strumenti operativi inimmaginabili anche pochi anni fa. Il profondo cambiamento della professione di avvocato, in stretto parallelo agli stravolgimenti sempre più repentini guidati dalle nuove tecnologie, da diversi anni ha reso indifferibile la riflessione sul presente e futuro della professione legale, e in generale di ogni professione.

Nella ricerca pubblicata il cambiamento tecnologico è visto come una grande opportunità per gli avvocati di innovare la propria professione. Gli intervistati sono veri e propri pionieri e ‘early adopter‘ di nuovi modi di lavorare, i quali possono offrire a coloro che ancora guardano il fenomeno dai margini, intuizioni, esempi, pratiche e modelli da seguire. Per questi pionieri, l’innovazione è uno strumento messo al servizio della visione.

Al di là dell’ambito geografico nel quale la ricerca è stata effettuata, e dei suoi contenuti specifici, complessi da riportare nel dettaglio in un articolo, è opportuno e importante riflettere e soffermarsi sui principali e più significativi spunti operativi e strategici che la ricerca individua.

Alcuni numeri iniziali. Quasi 3/4 delle law firm intervistate concordano (47%) e concordano fortemente (24%) che l’innovazione è fondamentale per sfruttare le opportunità e differenziare il proprio studio, aprendosi all’imperativo del cambiamento. In diversi studi legali vi è un divario tra la necessità ‘riconosciuta’ di cambiare e il fare i primi passi verso l’innovazione, per tutta una serie di motivi, tra cui la mancanza di fiducia, di finanziamento, di consapevolezza sul ‘come’ iniziare, o una sconnessione con i senior che prendono le decisioni. Più della metà degli intervistati ha dichiarato che il proprio studio vuole aspettare cosa accadrà, lasciando che siano i pionieri e i secondo utilizzatori a indicare la strada da seguire.

L’attenzione della ricerca si è indirizzata soprattutto su alcuni studi legali pionieri prendendo in esame tre aree in cui la tecnologia influirà sul vantaggio competitivo:

(1) innovazione di prodotto (la tecnologia apre nuove aree di ‘lavoro’ nel settore legale e offre nuove modalità di fornire servizi ai clienti);

(2) processo di innovazione (la tecnologia cambia il modo in cui i servizi sono forniti e l’automazione aiuta ad aumentare la produttività degli avvocati);

(3) innovazione strategica (studi più trasparenti sui prezzi e flessibili con le risorse).

La ricerca rivela che le tecnologie ‘legali’ quali il Natural Language Processing (NLP), l’Intelligenza Artificiale (AI) e gli Assistenti Virtuali, per citarne alcune, offrono possibilità stimolanti per il modo in cui i processi legali possono evolvere o essere reinventati per il futuro, ma sono ancora sconosciute ovvero inesplorate dalla maggior parte dei professionisti del settore.

Nella pratica, l’innovazione tecnologica si presenta con specifiche soluzioni, alcune delle quali vengono di seguito riportate, traendole direttamente dalla ricerca.

Working smart. Gli studi che seguono società fondano l’innovazione su una stretta collaborazione con le stesse, per fornire loro un servizio adatto alle loro esigenze. Cambia il comportamento dei clienti e ciò influenza il modo in cui ogni studio fornisce loro i propri servizi e i differenti modi in cui i clienti si aspettano di interagire.

Innovation hubs. Centri, laboratori, ambienti in cui incubare e accelerare innovazione sono diretti a gestire problemi e questioni legali, attraverso collaborazione e co-innovazione, vera e propria componente chiave dei modelli di business e della innovazione tecnologica in molti studi legali che guardano in avanti.

Robotic Process Automation (RPA). Robot legali, automatizzazione di processi, lavori e operazioni ripetitivi, attività di backoffice gravose, che riduce i costi, assicura rapidità, rimuove il rischio di errore umano, genera maggiore conformità di risultato e libera lo staff per svolgere consulenza e tecnici, aggiungendo valore ai clienti.

Machine learning e Intelligenza Artificiale (AI). Gli algoritmi di machine learning sono (software di AI) progettati per rilevare modelli nei dati e applicarli a nuovi dati per automatizzare specifiche attività. In test di confronto tra i sistemi di apprendimento automatico e il lavoro umano, è stato notato un significativo risparmio di efficienza e tempo nell’utilizzo dei primi.  L’apprendimento automatico funziona meglio in presenza di una grande quantità di dati significativi a disposizione. L’apprendimento automatico potrebbe non essere applicabile a molte attività svolte dagli avvocati e ci sono limiti su alcuni concetti legali (es. ragionevolezza, giustizia).

Predictive Analytics. Le analisi predittive estraggono informazioni da dataset esistenti per determinare previsioni su risultati e trend. Tali strumenti aiutano gli studi legali a gestire il rischio nel processo di decision-making.

Agile resourcing. Cambia il come, quando e dove gli avvocati del futuro scelgono di lavorare (freelance). Determinati sistemi ‘snelli’ (es. BLP’s Lawyers on Demand (LOD) consentono di flettere la dimensione e le capacità del team legale di uno studio legale, in caso di necessità, offrendo expertise senza . L’economia on-demand è il risultato dell’accoppiamento della forza lavoro flessibile con lo smartphone, tutto a portata di click.

Virtual assistants, livechat, chatbox. Società tecnologiche investono su processi di linguaggio naturale, sul deep learning, software di intelligenza artificiale, per creare strumenti innovativi per l’interazione con gli utenti. I chatbots combinano l’intelligenza artificiale con il riconoscimento vocale, con l’obiettivo di creare con gli utenti una comunicazione più simile a una ‘umana’ che a una con un software di AI. Tale modello riduce i costi per le aziende e aumenta l’efficienza per i clienti. Il chatbot presenta un’accessibilità amichevole e, attraverso l’apprendimento automatico, risponde alle domande più frequenti (FAQ). Gli assistenti virtuali possono inserire nuovi clienti e, per lo studio legale, aiutare a gestire l’allocazione del lavoro, il flusso di lavoro e lo stato di un progetto. Gli assistenti virtuali possono fornire un dashboard mostrando quanti casi legali ci sono, quali avvocati li stanno trattando, la durata media di particolari tipi di casi, i diversi risultati, consentendo allo studio di distribuire le risorse in modo ottimale per lo stesso studio e per i clienti.

Innovating for access to justice. Un numero crescente di strumenti tecnologici può facilitare l’accesso alla giustizia. Molti di questi sono in uso ovvero in fase di test da parte degli studi legali e delle agenzie di consulenza, ma con frequenza compaiono nuovi strumenti, sostenuti da eventi come hackathons legali, law school competitions, innovation hubs, e accesso al finanziamento, ma l’adozione degli strumenti migliori è sporadica e il loro uso è ben lungi dall’essere diffusa. Tra gli strumenti ci sono la diagnosi dei problemi, la consegna di informazioni personalizzate, il supporto di self-help, lo streaming in percorsi successivi alla risoluzione.

La ricerca propone poi una guida operativa per l’innovazione degli studi legali, individuando tutta una serie di passi iniziali. La tabella che segue, inserita nella ricerca in commento, suggerisce alcune domande che gli studi possono porsi per comprendere la loro attuale posizione e dove c’è spazio per cambiare (modi per generare idee, affrontare le barriere, migliorare i processi).

La capacità degli studi legali di collegare gli sviluppi attraverso l’innovazione tecnologica e la collaborazione saranno un fattore importante, conclude la ricerca, per il loro successo nei mercati futuri.

Per consultare il pdf contenente tutti gli approfondimenti innanzi menzionati digita sul link che segue: Capturing technological innovation in legal services 2017

Persone e non numeri: riflessione sulla giustizia tra evoluzione, involuzione e rivoluzione – A. Mascia

Persone e non numeri: riflessione sulla giustizia tra evoluzione, involuzione e rivoluzione’ (in corso di pubblicazione su Nuova Giustizia Civile, 2015, n. 1)

Avv. Alberto Mascia – ADR, Mediatore professionista, Formatore e Responsabile scientifico

La giustizia nei confronti dell’individuo, fosse anche il più umile,è tutto. Il resto viene dopo” Gandhi

Di seguito un estratto dell’articolo (per visionare l’articolo completo clicca qui: Giustizia.Mascia)

Le recenti novità in tema di degiurisdizionalizzazione e definizione dell’arretrato del processo civile1, al pari di ogni manovra sulla giustizia costruita tra affanni e corse dell’ultim’ora, forniscono l’occasione per fermarsi e riflettere, dentro e fuori il contesto normativo, sulle attuali condizioni di salute del nostro ‘sistema giustizia’.

Si guardi alla serie infinita e inarrestabile di norme, principi, richiami, rinvii, modifiche, integrazioni, correzioni. Si pensi a un modo di ragionare articolato e labirintico, che sembra pervadere le singole riforme proposte e attuate, spesso poi annullate ovvero stravolte. Si ponga l’attenzione su un legislatore che sembra collazionare testi slegati alle tematiche di volta in volta prese in esame, inserendo delle pezze per tamponare vuoti di tutela o mancanze di previsioni piuttosto che articolando un pensiero chiaro, omogeneo ed efficace. Si prenda in esame, infine, un atteggiamento culturale collettivo, fortemente orientato a una protezione di ciò che è ‘proprio’, scarsamente aperto e dinamico, non attratto dalla ricchezza insita nella diversità, poco incline alla creazione, valorizzazione e condivisione di comportamenti virtuosi. Un atteggiamento che appartiene a molte persone e molti professionisti. I numeri, quelli legati alle litigiosità, ai procedimenti pendenti, ai rapporti umani e professionali rovinati, ci dicono questo e molto altro.

Vivere e parlare di giustizia è diventato, nel corso degli anni e per molti aspetti, e forse è sempre stato, un esercizio squisitamente tecnico-giuridico ovvero tecnico-politico, maneggiato da esperti o pseudo tali, aspiranti politici ovvero politici di professione, logorato e appesantito in modo crescente da eccessi, cerimonialità, illogicità. Scrivere sulla giustizia è come scrivere formule segrete, inaccessibili a chi dovrà leggere, capire, rispettare .

Una involuzione sempre meno silenziosa dentro una apparente e sbandierata evoluzione del sistema Paese, formale, di facciata, quasi mai percepita dal ‘comune sentire’, quasi mai concreta, meramente ancorata a numeri di norme presentate, provvedimenti approvati, riforme varate, sul presupposto che “melius abundare quam deficere”. Tutto ciò, però, ha poco o nulla a che vedere con ciò che ‘giustizia’ dovrebbe significare, nella propria radice. Essere sinonimo di educazione, rispetto, civiltà, onestà, legalità, correttezza, moralità, coscienziosità. E molto altro.

Involuzione e non evoluzione. Non semplicemente una questione terminologica. Se per il professionista del settore giuridico non è quasi mai agevole districarsi tra le mille ragnatele del sistema giustizia, per il comune cittadino, naturale fruitore e perno dell’intero sistema, è a dir poco proibitivo cercare di capire il significato e la logica di ogni intervento realizzato. Nella mente di una persona mediamente sensibile alla salute della giustizia, la stessa appare più come un albero marcio, continuamente e caoticamente potato nella speranza che radici, tronco e rami risplendano di linfa nuova, piuttosto che come uno spazio in cui gli interessi legati al vivere quotidiano, fatto di educazione, cultura, relazione, intelligenza, scambio, sinergia, diversità, realizzazione, crescita, sviluppo, arricchimento, possano avere una propria voce reale.

(….)

Moderni o non moderni, falso dilemma da eterni Peter Pan – Alberto Mascia

Moderni o non moderni, falso dilemma da eterni Peter Pan.

Quanto sta accadendo, mi riferisco al vociare incessante sulle pseudo novità inerenti la mediazione quale strumento di vita e di definizione e risoluzione di una lite, merita una profonda e netta riflessione. Quantomeno in chi si interroga sul destino di un Paese in rotta di collisione con se stesso.

Ormai, sempre più diffusamente, si assiste alla malsana abitudine di proporre dibattiti che appaiono strutturati più come dilemmi esistenziali di pensatori che come strumenti di risposta per le esigenze e le necessità della collettività.

A tali dilemmi, di dubbio interesse e utilità, si mescolano, da un lato, urla, scoramento, tensioni, iperemotività, ansie, lacrime, per ogni notizia, virgola, accento che proviene dalle aule che contano – si suol dire -, dall’altro, festeggiamenti, ghigni, segni di vittoria e delirio di onnipotenza, sintomatici entrambi di una instabilità dilagante, di assenza di maturità, di un approccio tutt’altro che rappresentativo di un sistema giustizia che funzioni e aspiri a essere motivo di vanto e orgoglio per la storia di un Paese intero.

Storia che si fonda su piccoli istanti di vita vissuta. Come quella di chi ha avuto la fortuna di assaporare luci e ombre della giustizia, nel proprio piccolo, circondati da una cultura dell’esempio inculcata da lavoratori instancabili e grandi maestri impegnati a riscrivere e definire la storia di litigi talmente farraginosi, sconclusionati e inutili da risultare irreali, oltre ogni immaginazione.

Una vita di insegnamenti fondati su una profonda umiltà, un senso del lavoro e del rispetto molto alto, una etica fatta di fatti e non parole.

Concetti che, nemmeno con la migliore creatività, si riescono a vedere all’orizzonte di questa ‘stagione’ della giustizia.

È forse davvero il tempo di fare un passo indietro, tutti, di allontanarsi dai luoghi del delirio collettivo, quali sono i centri del potere (così allettanti, ma così deleteri per la coscienza individuale e sociale) e i piedistalli, di riprendere fiato e capire fino in fondo cosa significhi per la propria vita e per il proprio Paese ‘agire per la giustizia, nella giustizia e con la giustizia’.

È davvero il tempo delle risposte, delle scelte e delle decisioni. Non tanto e non solo nelle aule parlamentari, impegnate, da sempre, a fronteggiare pressioni, cercare compromessi, proporre e mitigare entusiasmi, fare due passi avanti e tre indietro, fare proclami per poi smentirli, cercare di far comprendere, senza comprendere. Il tutto muovendosi spesso tra buio e ignoranza di chi non ha il cuore e la mente idonei a consentire una valutazione ponderata, adeguata, consapevole delle questioni realmente in gioco.

Non è in gioco la scelta su quale dilemma proporre in un talk show di cultori, dottrinari, esimi ed egregi, nè chi sia titolato per rappresentare un’idea, nè quale pedina si debba muovere per occupare una posizione strategica sullo scacchiere in un quadro di falsi equilibri, nè tantomeno quale sia la tattica migliore da seguire tra concedere e resistere, riconoscere e trattenere.

È in gioco la dignità di un Paese, del suo passato, del suo presente e del suo futuro. È in gioco la dignità di coloro che fanno parte, a vario titolo, della storia di questo Paese. È in gioco la dignità di tutti.

Lontani da ogni retorica e ricerca di consensi.

Lontani da ogni facile sarcasmo e accanimento ad oltranza.

Parlare di una semplice scelta per la modernità della giustizia, contro l’immobilismo e l’arretratezza, equivale a vedere solo una parte di un fenomeno più complesso, articolato e assorbente.

L’esigenza di una riflessione scaturisce, o meglio dovrebbe scaturire, da una intensa emozione che avvolge l’animo e spinge la parte più pura e vera dello stesso a intervenire con una voce consapevole, un segno concreto di presenza.

Una ‘voce’ che possa fondarsi su sangue caldo nelle arterie, cuore pulsante, passione e slancio, lotta indomita, umiltà e sacrificio, un fare e un agire senza luci della ribalta, spesso nel silenzio e nella riflessione, prima ancora che nelle parole. Una voce che testimoni amore e innamoramento.

Troppo spesso si percepisce invece caos, corse per primeggiare, manie di protagonismo, capricci, ripicche, e tanto altro.

Ecco uno spazio della coscienza da recuperare.

Uno spazio in cui non si può intervenire con manovre, contromanovre, contentini, ricatti. Uno spazio che è personale, unico, prezioso, e chiede al di la di tutto e tutti un po’ di chiarezza e autenticità, verso se stessi e verso gli altri.

Ecco uno spazio che nessuna politica potrà mai contaminare, nessuna legge potrà mai scalfire, e nessuna azione potrà mai condizionare.

Uno spazio che si fonda sulla forte convinzione che fare giustizia, in qualunque forma e modo, è prima di tutto un atto di responsabilità e un’opportunità di crescita personale e collettiva; è educazione, è comportarsi con amore ed entusiasmo se si crede in un’idea, contro i ‘se’ e contro i ‘ma’, è percorrere la vita tra inciampi e ripartenze tumultuose, è dare tutto senza risparmiarsi, proponendo il proprio esempio senza aspettare l’altrui esempio.

Siamo un Paese che ha bisogno di uscire dalla sindrome di Peter Pan e assumersi responsabilità, senza più ritardi, senza più attese.

Nella storia di ogni Paese si segnano momenti di stallo e di virtuosismo nell’incedere e segnare il proprio passo.

Un passo che può avere il peso delle catene dell’inferno, può risentire del lezzo della politica che si sa essere sporca e declamatoria, ovvero può essere condizionato nell’entusiasmo da atteggiamenti protezionistici e di chiusura.

Un passo necessario, però, che compone un percorso fatto di continue storture e momenti di luce, di continui inizi e pause.

Il primo inizio è davvero a portata di mano.

Lo è anche il futuro delle coscienze, il futuro della mediazione, come quello della giustizia.

Un futuro che deve abbandonare la mera speranza, teorica il più delle volte, che altri possano maturare all’improvviso una nuova e solida consapevolezza nella gestione e trasformazione delle relazioni e dei conflitti; consapevolezza che potrebbe tardare a giungere.

Le scene di delirio quotidiano nelle aule dei tribunali, luoghi da sempre deputati – in teoria – alla difesa dei diritti, degne della migliore rappresentazione teatrale dell’inverosimile (chi scrive è avvocato, oltre che innamorato della mediazione), sono eloquenti e non hanno bisogno di commenti ulteriori, si commentano da sè.

Come l’improvvisazione che spesso si percepisce nei ‘fulminati’ sulla via di Damasco, i quali scoprono la mediazione, ne decantano le virtù, per poi perdersi in chiacchiericci e scontri armati degni delle migliori truppe di assalto.

Controsensi che dovrebbero far riflettere, davvero.

Un futuro può esistere ove ognuno decida di muovere i propri passi, recuperare e rinvigorire la consapevolezza di chi decide di salpare, anche se c’è burrasca, anche se il vento non è amico, anche se l’orizzonte non appare roseo. Salpare un po’ come vivere tra responsabilità e impegno, riappropriandosi della propria libertà di essere pensante e protagonista di un cambiamento.

Testo aggiornato del D.lgs. 28/2010 (come modificato da Corte cost. 272/2012 e Decreto ‘del fare’)

Si propone in lettura il testo del decreto legislativo 4 marzo 2010, n. 28 – Attuazione dell’articolo 60 della legge 18 giugno 2009, n. 69 in materia di mediazione finalizzata alla conciliazione delle controversie civili e commerciali -, come modificato dalle previsioni della Corte costituzionale, contenute nella sentenza n. 272/2012, e dal Decreto legge ‘del fare’ approvato dal Consiglio dei ministri in data 15 Giugno 2013.

Per visionare il testo, clicca sul link che segue: Decreto 28/2010 modificato