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Data protection e GDPR: primo giro di boa – Alberto Mascia

Countdown e tempesta di mail

Il countdown, prima, e la tempesta di mail, dopo. Facile prevederlo. Il polverone è stato sollevato, da tempo.

«Prima solleviamo la polvere e poi diciamo di non poter vedere»,

ricordava George Berkeley.

La tanto nota ‘scadenza’ del 25 maggio è giunta, ignorata o attesa, da tempo. Dalla ricerca della ‘privacy perduta’ alla ricerca della data protection compliance mal voluta, verrebbe da dire. Un po’ ovunque, ricerche di escamotage che semplifichino la complessità, identifichino, in un battito di ciglia, cosa fare e come farlo velocemente, salvando capra e cavoli, scongiurando ogni pericolo di possibile sanzione futura. Lo sviluppo della civiltà e l’affermazione di specifici valori, diritti e libertà dovrebbero essere i veri binari su cui deve scorrere la storia. Di tutti. La privacy, così come i dati personali, rilevano, lo sapevamo allora, lo sappiamo ancor più oggi. Essi rappresentano un patrimonio preziosissimo, attuale e potenziale per enti, aziende, professionisti, dovrebbero esserlo per ognuno di noi, eppure quando si parla di privacy e data protection ancora oggi si assistono a improvvisate ed estenuanti corse contro il tempo. Perché? Alcune riflessioni di tipo sostanziale, ma anche formale.

Consapevolezza e privacy

Diceva Henry David Thoreau:

«Non conosco un fatto più incoraggiante dell’indiscutibile capacità dell’uomo di elevare la sua vita attraverso uno sforzo consapevole».

La consapevolezza è uno spazio che apre la mente e genera nuovi modi di percepire, di pensare, di agire. Generare consapevolezza è necessario, ora come mai finora, per riconoscere l’importanza e la rilevanza del diritto alla protezione dei dati personali, nella cultura, nella quotidianità, nel lavoro e nella vita di relazione, personale, commerciale, professionale, prima ancora che nelle affermazioni di principio e nelle formule, utili, necessarie, ma null’affatto sufficienti. Cultura del fare e non del dire. Dalla consapevolezza alla accountability, responsabilizzazione, ma anche attenzione, capacità di rispondere ‘presente’, quando si parla di diritto alla protezione dei dati personali. Questo primo passaggio è essenziale. Potrà parlarsi di vera consapevolezza e responsabilizzazione, se l’attenzione e l’approccio alla protezione è orientato alla cultura della proroga?

Fa riflettere leggere ovvero ascoltare commenti che, ancora oggi, sembrano parlare di privacy e di data protection come di un fardello sacrificabile, come se si stesse parlando di un qualcosa che è esterno ed estraneo a noi, dell’impatto di una meteora sconosciuta sul pianeta terra. La consapevolezza parte da qui. L’accountability anche.

Quali ombre, quali vuoti: semplicità nella complessità

I passi di avvicinamento alla data del 25 maggio sono stati scanditi da verbi al futuro – ‘vedrò’, ‘farò’, ‘provvederò’ -, da speranze di proroghe, appunto, da attese spasmodiche di vademecum in grado di garantire una risposta celere, immediata, economica, e dare linfa, ancora una volta, al ‘fai da te’ dell’emergenza. Emergenza, ma anche complessità, per chi non ha seguito l’evoluzione delle norme e dei lavori – del Garante privacy, del Gruppo di garanti europei (WP29, oggi Comitato per la protezione dei dati personali), degli operatori, della giurisprudenza – in tema privacy e data protection. Che l’emergenza sia interdipendente con la complessità sembra cosa ormai assodata. D’altro canto, la mole, quasi sempre smisurata, di adempimenti che vengono richiesti, nei settori più disparati, a professionisti, imprese, enti, non agevola la ricerca di semplificazione e di soluzioni concrete, specie se non pianificata con largo anticipo.

Dovremmo riscoprire tutti, dal legislatore agli operatori di ogni settore, l’importanza della semplicità, che è da sempre alleato assai prezioso per ogni pianificazione e acquisizione della consapevolezza, in ogni settore, senza la quale ogni discorso di accountability e compliance inevitabilmente cade ovvero è fortemente compromesso.

I ritardi della data protection compliace

Un pò ovunque una corsa di enti, aziende, professionisti, all’adeguamento alle nuove (per modo di dire) norme in tema di data protection (all’anagrafe G.D.P.R.). Un ritardo che è figlio di tante ragioni, e che fa eco al ritardo che a livello legislativo, spesso o quasi sempre, si verifica allorquando occorre armonizzare la legislazione interna a principi aventi portata comunitaria. Ritardo di processi legislativi, e prima ancora culturali, cui fanno seguito spesso ritardi di processi organizzativi e gestionali. Il comparto data protection ne è solo un esempio. Le recenti vicissitudini dello schema di decreto legislativo di adeguamento/armonizzazione della normativa nazionale rispetto alle prescrizioni del G.D.P.R. hanno rilevato un cambiamento di impostazione dello stesso legislatore nazionale, che prima aveva optato per l’abrogazione dell’intero Codice per la protezione dei dati personali (D.lgs. 196/2003), il cd. Codice privacy, salvo poi, nell’ultima bozza presentata per l’esame alle Camere, optare per la novellazione dello stesso, abrogando le disposizioni incompatibili, modificandone alcune e introducendone altre. E il percorso non è ancora concluso.

Uno stato dell’arte ancora non definito, dunque, dal punto di vista della citata armonizzazione normativa, ma che avrà un indiscusso nuovo protagonista, il G.D.P.R., direttamente applicabile e a cui ci si dovrà attenere, per garantire una adeguata data protection compliance. I presupposti di semplificazione normativa, chiarezza interpretativa e facilità applicativa, che hanno accompagnato il processo di armonizzazione ancora in fieri, sono un esempio emblematico di come serva oggi, come ieri, una maggiore e migliore capacità di confronto, sintesi e operatività tra tutti coloro che, a vario titolo, vivono quotidianamente l’importanza della privacy e dei dati personali.

Al di là di ogni riflessione sul percorso legislativo, restano i principi e le prescrizioni (da rispettare, nell’ottica della compliance), i processi (da ideare e controllare, privacy by design, privacy by default, Data breach, DPIA, esercizio dei diritti dell’interessato, ecc.) e i tavoli (da organizzare, organizzativo e tecnico), le policy interne (da attuare, privacy policy, cookie policy, ecc.), i documenti (da collazionare, Registro del trattamento, informative, formule di consensi, clausole, linee guida interne, ecc.), la formazione (da promuovere, pianificare e tracciare).

E, prima di tutto, la cultura. Un percorso di apprendimento costante, di verifica sul campo, di controllo, aggiornamento e modifica, che tanto sembra rivestire il carattere della gradualità, continuità e della normalizzazione (di processi, soluzioni, misure). Al di là di ogni discorso sulla compliance formale, oggi deve iniziare un nuovo percorso culturale e operativo verso la normalità nell’approccio e nelle metodologie, da parte di tutti, operatori e interessati. Diversamente, gli operatori rischiano di disperdere energie preziose, facendo corse affannose dell’ultim’ora, le aziende perdono opportunità di pianificare e sviluppare il proprio business ‘centrando’ realmente l’attenzione sulla persona, e gli interessati perdono un’occasione importante per esercitare diritti di portata significativa.

Quali azioni, quali processi

Anzitutto, una questione di mindset, di approccio, di cultura, di modus operandi, di consapevolezza. Una consapevolezza che è capacità di essere presenti, individuare figure, ruoli, poteri, responsabilità, da un lato, organizzare documenti, processi, misure, strumenti, dall’altro. Una mappa mentale, organizzativa e operativa che identifica e aiuta a pianificare e realizzare il lavoro da fare, per rispondere con convinzione al principio di accountability.

L’approccio ispirato al dubbio e all’aggiramento deve lasciare lo spazio alla concretezza e al committment, all’impegno di pianificare (privacy by design), attuare, dimostrare (accountability) la propria attività e il proprio ruolo nell’ottica della data protection compliance, al di là, lo si ripete, di ogni profilo formalistico. Un approccio che sia contagioso e uniforme in ogni risorsa privacy, processo, misura e attività.

In tale direzione, attenzione non soltanto ai principi e ai processi, ma anche alle linee guida dei Garanti europei (da oggi Comitato europeo per la protezione dei dai personali), le cui interpretazioni sono essenziali non solo perché mirano a fornire chiarimenti o far riflettere su determinati temi, ma anche e soprattutto perchè accompagnano quel percorso di crescita di consapevolezza e accountability che contribuisce a rendere lo sforzo culturale di cui parlava Thoreau un vero e proprio momento di scelta.

Un’ultima chiosa sul sistema sanzionatorio. Sarà importante consultare i lavori del Comitato per la protezione dei dati personali per avere informazioni chiare, sintetiche e trasparenti che non scoraggino e intimoriscano, facendo riferimento a massimali di sanzioni amministrative pecuniarie, ma al contrario favoriscano l’emergere di una maggiore condivisione di prassi, creino un senso di appartenenza a una tematica di rilevanza europea (e mondiale), e contribuiscano ad affermare una visione realistica di quello che potrà essere fatto, prima di tutto in chiave di prevenzione, e poi in ottica di eventuale risposta sanzionatoria, adeguata alla specificità del caso.

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Alberto Mascia – Si alla sanzione per mancata partecipazione non giustificata

Il Tribunale di TERMINI IMERESE, Sezione civile, è recentemente intervenuto con una ordinanza del 9 maggio 2012 con la quale si è soffermato su specifici profili legati alla mediazione finalizzata alla conciliazione, con particolare riferimento all’ipotesi, disciplinata dall’art. 8, comma 5, decreto legislativo 4 marzo 2010, n. 28, della mancata partecipazione al procedimento senza un giustificato motivo. La norma citata, così modificata dall’art. 2, comma 35-sexies, D.L. 13 agosto 2011, n. 138, prevede che: “Il giudice condanna la parte costituita che, nei casi previsti dall’articolo 5, non ha partecipato al procedimento senza giustificato motivo, al versamento all’entrata del bilancio dello Stato di una somma di importo corrispondente al contributo unificato dovuto per il giudizio“.

Nello specifico, il giudice ha individuato espressamente la ratio della disposizione di cui innanzi, evidenziando come le motivazioni addotte dalla parte chiamata in mediazione, riassumibili nella “acclarata ed atavica litigiosità” tra le parti e che portavano a ritenere inutile l’esperimento del tentativo obbligatorio di mediazione, non fossero valide, in considerazione del fatto che “la sussistenza di una situazione di litigiosità tra le parti non può di per se sola giustificare il rifiuto di partecipare al procedimento di mediazione, giacché tale procedimento è precipuamente volto ad attenuare la litigiosità, tentando una composizione della lite basata su categorie concettuali del tutto differenti rispetto a quelle invocate in giudizio e che prescindono dalla attribuzione di torti e di ragioni, mirando al perseguimento di un armonico contemperamento dei contrapposti interessi delle parti“.

Un giudice che, quindi, ritiene obbligatoria la pronuncia di condanna, in virtù della disposizione richiamata, della parte assente senza giustificato motivo, e che rileva come l’irrogazione della sanzione pecuniaria prescinda del tutto dall’esito del giudizio e non possa ritenersi necessariamente subordinata alla decisione del merito della controversia, ma possa, anzi, essere irrogata in un momento antecedente.

Una pronuncia che nella sua semplicità individua una strada corretta, che va nella scia di salvaguardare lo strumento della mediazione sotto il profilo applicativo, anche nell’ottica di dare concretezza alle sanzioni previste dal legislatore.

admin_ms

Alberto Mascia – Il D.L. 83/2012 rilancio della giustizia e focus sulla mediazione

Il Consiglio dei Ministri, su proposta del ministro dello Sviluppo economico, delle Infrastrutture e dei Trasporti, ha approvato, lo scorso 15 giugno 2012, un pacchetto contenente un ventaglio di misure urgenti e strutturali che realizzano una parte ulteriore dell’Agenda per la Crescita sostenibile. Tra le novità del provvedimento (decreto-legge 22 giugno 2012, n. 83, in G.U. n. 147 del 26-6-2012 – Suppl. Ordinario n.129), ricordiamo quelle sulla riduzione dei tempi della giustizia civile, destinate a inserire elementi di estrema importanza nel comparto giustizia e in quello della mediazione finalizzata alla conciliazione.

Sotto la dicitura ‘Misure urgenti per la crescita del Paese‘, il DL 83/2012 segna, nella parte relativa alle ‘Ulteriori misure per la Giustizia civile’, artt. 54-55,  un pasaggio significativo, da seguire e approfondire, verso un sistema giustizia che sia più efficiente e degno di un Paese effettivamente competitivo. Da più parti è stata avvertita, non senza resistenze e timori di casta, l’esigenza di riscrivere i pilastri su cui fondare l’idea di una giustizia ispirata alla celerità, alla economicità e alla funzionalità, visti i numeri, purtroppo sempre di segno negativo, che accompagnano la tradizionale e ormai antistorica visione della giustizia come affare da gestire all’interno delle aule dei tribunali.

Qui di seguito alcuni punti su cui si fonda il decreto in oggetto, riportati in pillole.

L’Art. 54,comma 1, lett. a), DL 83/2012, sotto la rubrica ‘Inammissibilità all’appello‘ prevede che «Fuori dei casi in cui deve essere dichiarata con sentenza l’inammissibilità o l’improcedibilità dell’appello, l’impugnazione è dichiarata inammissibile dal giudice competente quando non ha una ragionevole probabilità di essere accolta».

Il successivo art. 55, rubricato ‘Modifiche alla legge 24 marzo 2001 n. 89‘, interviene nel precisare alcuni concetti e dinamiche legate al riconoscimento degli indennizzi per la irragionevole durata del processo (equa riparazione – legge Pinto), che in alcuni casi viene escluso. Prima di analizzare l’ipotesi di esclusione, è bene soffermarsi sul nuovo testo dell’art. 2, comma 2, l. 89/2011, a mente del quale «Nell’accertare la violazione il giudice valuta la complessità del caso, l’oggetto del procedimento, il comportamento delle parti e del giudice durante il procedimento, nonché quello di ogni altro soggetto chiamato a concorrervi o a contribuire alla sua definizione».

A tale disposizione, seguono i commi 2-bis, 2-ter, 2-quater e 2-quinquies, che qui di seguito sono riportati:

«2-bis. Si considera rispettato il termine ragionevole di cui al comma 1 se il processo non eccede la durata di tre anni in primo grado, di due anni in secondo grado, di un anno nel giudizio di legittimità. Ai fini del computo della durata il processo si considera iniziato con il deposito del ricorso introduttivo del giudizio ovvero con la notificazione dell’atto di citazione. Si considera rispettato il termine ragionevole se il procedimento di esecuzione forzata si è concluso in tre anni, e se la procedura concorsuale si è conclusa in sei anni. Il processo penale si considera iniziato con l’assunzione della qualità di imputato, di parte civile o di responsabile civile, ovvero quando l’indagato ha avuto legale conoscenza della chiusura delle indagini preliminari.

2-ter. Si considera comunque rispettato il termine ragionevole se il giudizio viene definito in modo irrevocabile in un tempo non superiore a sei anni.

2-quater. Ai fini del computo non si tiene conto del tempo in cui il processo è sospeso e di quello intercorso tra il giorno in cui inizia a decorrere il termine per proporre l’impugnazione e la proposizione della stessa.

2-quinquies. Non è riconosciuto alcun indennizzo:

a) in favore della parte soccombente condannata a norma dell’articolo 96 del codice di procedura civile;

b) nel caso di cui all’articolo 91, primo comma, secondo periodo, del codice di procedura civile;

c) nel caso di cui all’articolo 13, primo comma, primo periodo, del decreto legislativo 4 marzo 2010, n. 28;

d) nel caso di estinzione del reato per intervenuta prescrizione connessa a condotte dilatorie della parte;

e) quando l’imputato non ha depositato istanza di accelerazione del processo penale nei trenta giorni successivi al superamento dei termini cui all’articolo 2-bis.

f) in ogni altro caso di abuso dei poteri processuali che abbia determinato una ingiustificata dilazione dei tempi del procedimento».

Tra i casi di esclusione del riconoscimento dell’indennizzo di cui sopra, pur in presenza di un processo durato per un tempo irragionevole, si ricorda dunque la previsione di cui all’art. 13, comma 1, primo periodo, del d.lgs. 28/2010, a mente del quale “quando il provvedimento che definisce il giudizio (instaurato successivamente al fallimento della mediazione) corrisponde interamente al contenuto della proposta, il giudice esclude la ripetizione delle spese sostenute dalla parte vincitrice che ha rifiutato la proposta, riferibili al periodo successivo alla formulazione della stessa, e la condanna al rimborso delle spese sostenute dalla parte soccombente relative allo stesso periodo, nonché al versamento all’entrata del bilancio dello stato di un’ulteriore somma di importo corrispondente al contributo unificato dovuto“.

Pertanto, la parte che rifiuta una proposta di accordo in sede di mediazione, e la sentenza emessa nel giudizio che alla mediazione ha fatto seguito è dello stesso tenore della proposta, non avrà diritto all’indennizzo anche se il processo è durato oltre una soglia ragionevole.

Occorre, sembra voler dire il decreto legge, una nuova coscienza del conflitto e una nuova cultura nella gestione delle relazioni, anche in presenza di criticità e problematicità (sono fatte salve, è doveroso ricordarlo, tutte quelle fattispecie in cui la presenza del giudizio è giustificata da specifiche esigenze di celerità e garanzia, come quelle indicate dall’art. 5, commi 3 e 4, d.lgs. 28/2010).

Non essendovi altra formula, l’indennizzo, spetta, invece, nell’ipotesi in cui il provvedimento che definisce il giudizio non corrisponde interamente al contenuto della proposta (ai sensi dell’art. 13, comma 2, d.lgs. 28/2010), nel qual caso il giudice, in presenza di gravi ed eccezionali ragioni, può escludere la ripetizione delle spese sostenute dalla parte vincitrice per l’indennità corrisposta al mediatore e per le altre spese affrontate durante la mediazione.

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Alberto Mascia – Brevi note in tema di mediazione delegata (Trib. Vasto, 5 luglio 2012)

“Deve essere ricordato che nulla è più difficile da pianificare, più dubbio a succedere o più pericoloso da gestire che la creazione di un nuovo sistema. Per colui che lo propone ciò produce l’inimicizia di coloro i quali hanno profitto a preservare l’antico e soltanto tiepidi sostenitori in coloro che sarebbero avvantaggiati dal nuovo” (Niccolò Machiavelli).

Come noto agli addetti ai lavori e ai professionisti del comparto mediazione, l’art. 5, comma 2, d.lgs. 28/2010 prevede che, fermo restando la previsione di cui al comma 1 (casi di tentativo obbligatorio di mediazione come condizione di procedibilità) e fatti salvi i contenuti dei commi 3 e 4 (ipotesi in cui, rispettivamente, lo svolgimento della mediazione non preclude in ogni caso la concessione dei provvedimenti urgenti e cautelari, né la trascrizione della domanda giudiziale, nonchè i casi in cui i commi 1 e 2 non si applicano), il giudice, anche in sede di giudizio di appello, può valutare la natura della causa, lo stato dell’istruzione e il comportamento delle parti, e può invitare le stesse a procedere alla mediazione.

Tale previsione, espressione della cd. mediazione delegata o demandata dal giudice, rappresenta uno snodo fondamentale nell’applicazione dell’istituto della mediazione, in quanto conferisce al giudice un importante potere di creare all’interno di un procedimento giudiziale già iniziato, e nei limiti temporali indicati dalla norma (il comma 2 fa riferimento ad un invito rivolto alle parti prima dell’udienza di precisazione delle conclusioni ovvero, quando tale udienza non è prevista, prima della discussione della causa), uno spazio per l’utilizzo dello strumento della mediazione, sostituendo alla logica dello scontro e della lotta sulle questioni di principio, la cultura del dialogo e del confronto, espressioni di intelligenza relazionale e responsabilità sociale.

Il Tribunale di Vasto, lo scorso 5 luglio, ha emanato una ordinanza che merita di essere letta, alla luce dell’articolato innanzi menzionato e delle logiche che dovrebbero accompagnare il ricorso alla cd. mediazione delegata, evidenziando alcuni momenti essenziali della sua struttura.

Partendo dai presupposti logici e operativi che hanno spinto il giudice a fare ricorso all’ipotesi del 2° comma dell’art. 5 in esame, è bene ripercorrere i ‘considerando’ iniziali. Il giudice fa espresso richiamo tanto alla normativa comunitaria, direttiva 2008/52/CE, da cui rileva la necessità di una definizione rapida del procedimento, per rendere concreta la garanzia di miglior accesso alla giustizia (better access to justice), quanto alla normativa nazionale, D.lgs. 28/2010, in relazione al quale si sofferma espressamente sulle disposizioni di cui agli artt. 5 (Condizione di procedibilità e rapporti con il processo), 11 (Conciliazione)) e 13 (Spese processuali).

In particolare, il giudice rileva l’opportunità che le parti possano rivolgersi, personalmente e per il tramite dei propri difensori, ad un organismo pubblico o privato di mediazione, visti i presupposti favorevoli presenti (nell’ordinanza si rileva che “la natura della causa, lo stato dell’istruzione e il comportamento delle parti rendono particolarmente adeguato il ricorso a soluzioni amichevoli della medesima, anche in considerazione del contenuto delle proposte conciliative formulate nel corso del giudizio“), ed evidenzia come sia importante per le parti poter fruire di un servizio di mediazione offerto in presenza di un Regolamento di procedura (dell’organismo scelto) che non contenga clausole limitative del cd. potere valutativo del mediatore. Tale potere, espressamente disciplinato dall’art. 11 del citato decreto 28, consente al mediatore, quando l’accordo non è stato raggiunto, di formulare una proposta di conciliazione. La norma stessa, poi, aggiunge che in ogni caso il mediatore formula (id est deve formulare) una proposta di conciliazione in presenza di una richiesta congiunta delle parti, in qualunque momento del procedimento. La proposta valutativa in esame deve essere preceduta da una informativa chiara e trasparente rivolta alle parti, delle possibili conseguenze di cui all’art. 13.

Orbene, il giudice sembra riconoscere particolare incisività ai Regolamenti di procedura che restringano il campo del potere valutativo all’ipotesi della richiesta congiunta delle parti, che fa scattare non tanto e non più una facoltà, ma un vero e proprio dovere di carattere giuridico. La presenza di una proposta valutativa è una delle opportunità operative e applicative che il legislatore ha voluto inserire al fine di rendere il procedimento di mediazione il più ricco possibile, affiancando a una gestione più snella, comunicativa, negoziale (propria della fase cd. facilitativa o meglio di un approccio tendente a facilitare il dialogo, la comunicazione, la comprensione), una gestione più vicina alla definizione eteroimposta, mediante una proposta del mediatore. Potremmo dire che si è cercato di istituzionalizzare una sorta di multi-door mediation, all’interno del cui procedimento diversi sono i momenti significativi e gli stati emozionali da poter individuare, variegate sono le valutazioni personali di parte che le allontanano o avvicinano al possibile traguardo dell’accordo e del reciproco riconoscimento, mutevoli sono gli scenari che vengono a crearsi, anche e soprattutto in considerazione dell’approccio che le parti, gli assistenti e il mediatore danno all’intera gestione.

 

L’importanza della proposta valutativa è direttamente collegata anche all’importanza che riveste l’art. 13 in tema di spese processuali e del relativo potere di intervento del giudice consistente nell’applicare i contenuti della stessa norma, disincentivando rifiuti ingiustificati, che possono verificarsi in sede di mediazione, di proposte conciliative ragionevoli.

Si ricorda che l’art. 13 ha un duplice contenuto che merita di essere richiamato in sede di commento:

“1. Quando il provvedimento che definisce il giudizio corrisponde interamente al contenuto della proposta, il giudice esclude la ripetizione delle spese sostenute dalla parte vincitrice che ha rifiutato la proposta, riferibili al periodo successivo alla formulazione della stessa, e la condanna al rimborso delle spese sostenute dalla parte soccombente relative allo stesso periodo, nonché al versamento all’entrata del bilancio dello Stato di un’ulteriore somma di importo corrispondente al contributo unificato dovuto. Resta ferma l’applicabilità degli articoli 92 e 96 del codice di procedura civile. Le disposizioni di cui al presente comma si applicano altresì alle spese per l’indennità corrisposta al mediatore e per il compenso dovuto all’esperto di cui all’articolo 8, comma 4.

2. Quando il provvedimento che definisce il giudizio non corrisponde interamente al contenuto della proposta, il giudice, se ricorrono gravi ed eccezionali ragioni, può nondimeno escludere la ripetizione delle spese sostenute dalla parte vincitrice per l’indennità corrisposta al mediatore e per il compenso dovuto all’esperto di cui all’articolo 8, comma 4. Il giudice deve indicare esplicitamente, nella motivazione, le ragioni del provvedimento sulle spese di cui al periodo precedente“.

Il giudice non perde l’occasione di sottolineare la rilevanza della proposta conciliativa e del meccanismo che la stessa innesca, come sopra evidenziato, richiamando le recenti disposizioni del D.L. 83/2012, che interviene modificando l’art. 2 della L. 89/2001(in tema di equa riparazione per violazione del termine di ragionevole durata del processo) e introducendo il comma 2 quinquies, a norma del quale “non è riconosciuto alcun indennizzo: […] c) nel caso di cui all’articolo 13, primo comma, primo periodo, del decreto legislativo 4 marzo 2010, n. 28”.

In tal modo, il giudice ha voluto confermare la tendenza del legislatore ad introdurre nell’ordinamento determinati meccanismi dissuasivi di comportamenti processuali protesi con ostinazione alla coltivazione della soluzione giudiziale della controversia. Per poter consentire al giudice, però, di individuare tali comportamenti, è necessaria, come rileva il giudicante, “la previa formulazione (o, comunque, la libera formulabilità) di una proposta conciliativa da parte del mediatore ed il suo raffronto ex post con il provvedimento giudiziale di definizione della lite“, proprio come sancisce l’art. 13 in tema di spese processuali.

Pertanto, vengono invitate le parti e i difensori ad attivare la procedura di mediazione per la definizione della controversia pendente, ricorrendo ad un’organismo accreditato presso il Ministero della Giustizia e presente nel circondario del Tribunale di Vasto, ponendo come condizione – in ossequio al ragionamento virgolettato e proposto nell’ordinanza – la presenza di un Regolamento di procedura dell’organismo che non contenga clausole limitative del potere valutativo del mediatore (potere a formulare una proposta di risoluzione della disputa) e in particolare la previa richiesta congiunta delle parti per attivare tale potere.

L’ordinanza si inquadra in uno vari casi di invito alla mediazione che, soprattutto recentemente, stanno animando l’attività dei giudici, protagonissti indiscussi del mutamento operativo e culturale che deve contraddistinguere l’approccio di coloro, parti e difensori, che pensano al giudizio come unica strada percorribile e evidentemente dimenticano che la strada del dialogo, apparentemente scomoda, porta sempre una visione più completa degli interessi in gioco.

La chiosa finale, come in apertura, per riflettere e agire con perseveranza.

“Deve essere ricordato che nulla è più difficile da pianificare, più dubbio a succedere o più pericoloso da gestire che la creazione di un nuovo sistema. Per colui che lo propone ciò produce l’inimicizia di coloro i quali hanno profitto a preservare l’antico e soltanto tiepidi sostenitori in coloro che sarebbero avvantaggiati dal nuovo” (Niccolò Machiavelli).

 

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